Intervista agli ENTROPY
Entropy: Ciao e grazie mille per lo spazio. Il passato della band conta relativamente: ogni lavoro rispecchia ciò che siamo in un determinato momento, e “Dark Signs” rappresenta il nostro presente. Manteniamo una certa coerenza stilistica, ma la voglia di evolverci e crescere è ancora fortissima, anche dopo 35 anni. Questo ci spinge a non guardarci troppo indietro.
2. Il disco viene presentato come heavy metal, ma al suo interno emergono influenze power e thrash in stile Judas Priest anni ’90 o Annihilator: è stata una scelta consapevole spingere così tanto sull’aggressività?
Entropy: Come dicevamo, volevamo fare qualcosa di speciale, un passo avanti verso una nostra maturazione artistica. L’aumento dell’aggressività fa parte di questo processo, insieme a una maggiore attenzione alle melodie. Quindi sì: più veloci e aggressivi, ma anche più melodici e tecnicamente curati.
3. Brani come “End Of The Time” mostrano grande velocità ma anche ritornelli molto memorabili: quanto lavorate su questo equilibrio?
Entropy: È un mix di fattori: da una parte un flusso spontaneo che cerchiamo di seguire, dall’altra un lavoro attento sugli arrangiamenti. Vogliamo una musica veloce e potente, ma anche articolata e melodica, con un pizzico di imprevedibilità e ritornelli e assoli che restino in testa. Con “Dark Signs” crediamo di esserci riusciti più che in passato.
4. “Box 44” arriva da un periodo precedente: rappresenta un ponte tra passato e presente della band?
Entropy: In realtà no. In passato era solo un’idea embrionale, mai sviluppata né pubblicata. Solo dopo averla completata e arrangiata ha trovato spazio nel disco, come gli altri brani.
5. La title track “Dark Signs” sembra racchiudere l’identità dell’album: che ruolo ha?
Entropy: In effetti è una sintesi della nostra idea di musica: potente, abbastanza complessa da divertire chi suona e chi ascolta, ma anche ricca di spunti melodici. Anche se questa formula, in realtà, è presente un po’ in tutto il disco.
6. “Saggy and Floppy” è stato definito un brano controverso: com’è nato?
Entropy: È una joke song, un momento leggero inserito a metà disco, quasi come fine di un primo atto. Racconta in modo piuttosto esplicito la storia di un personaggio con un’ossessione… particolare (risate). Il tono è volutamente ironico. Musicalmente è pura follia, ma rispecchia bene la situazione del protagonista.
7. In “The Four Tempters” e “T.O.T.” emergono elementi più narrativi e sperimentali: quanto sono importanti questi dettagli?
Entropy: Sono parte integrante della composizione. Se un elemento aiuta a raccontare meglio una storia o a rendere un’idea più efficace, lo inseriamo senza problemi. Tutto deve essere funzionale al risultato finale, sia musicalmente che a livello concettuale.
8. Avete chiuso il disco con una cover di “Black Metal” dei Venom: è un omaggio alle vostre radici?
Entropy: In realtà no (risate). L’idea è stata di Biagio Valenti, che voleva mettersi alla prova reinterpretando il brano secondo una sua visione personale. Gli piacciono molto queste sfide.
9. La voce di Arnaldo “Al” Laghi è molto equilibrata tra grinta e melodia: quanto è centrale questo aspetto?
Entropy: Biagio, che ha curato arrangiamenti e produzione, ha spinto tutti a dare di più, e AL non fa eccezione. Abbiamo lavorato molto su melodie, interpretazione, cori e armonie, con un approccio a tratti quasi teatrale. Ha persino raggiunto il famoso ‘MI sopra il rigo’ all’inizio di “Hellcop” (risate). Siamo molto soddisfatti: la voce sarà sempre più centrale nel nostro sound.
10. Con una lineup ormai stabile, quanto conta oggi la chimica interna?
Entropy: La band è nata più di 30 anni fa da un gruppo di amici che volevano suonare insieme, e in fondo è ancora così. Ci sono stati alti e bassi, cambi di formazione, ma la motivazione è rimasta: stare insieme e creare qualcosa che ci soddisfi. Chimica? Forse sì… ma alla fine conta andare in sala e suonare (risate).


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